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L'invisibile che pesa: smettere di 'aiutare' per iniziare a condividere


Ti è mai capitato di sentirti stanca, o come dicono molte pazienti “finita”, circondata da mille cose da fare, e sentirti chiedere con estremo candore: “Posso aiutarti in qualche modo?”.

Inizialmente sembra la frase del compagno ideale.

Forse del compagno ideale di cinquanta anni fa, quando il lavoro della donna era dentro casa.

Per molte donne, oggi, quella domanda è la scintilla che accende la frustrazione ma e’ anche motivo di discussione e di scontro.

Perché?

La risposta non risiede nella mancanza di volontà, ma in un concetto psicologico fondamentale: il Carico Mentale.

Cos’è il Carico Mentale?

Il carico mentale non è solo l’azione di "fare", ma l’energia cognitiva necessaria per pianificare, organizzare e ricordare.

Quando un partner chiede "Cosa posso fare?", sta delegando interamente la funzione esecutiva all'altro. In questa dinamica, si cristallizzano due ruoli asimmetrici:

- Il Partner "Project Manager": Colui o colei che deve avere la visione d’insieme, prevedere le necessità e impartire istruzioni.

-Il Partner "Esecutore":chi aspetta un input esterno per attivarsi, diversamente è come se in casa si muovesse bendato ed inconsapevole di ciò che va fatto.

L'errore cognitivo sta nel verbo "aiutare". Aiutare chi?

“Come ti posso aiutare?”implica che la responsabilità primaria appartenga a una persona sola, e che l'altro sia un ospite gentile, volenteroso che offre un favore, ma, comunque, un ospite di passaggio. Ma in una convivenza, la casa non è un progetto individuale: è un ecosistema condiviso.

Perché la delega logora la relazione?

L'asimmetria del carico mentale non è solo una questione di tempo, ma di salute emotiva e di scarico di responsabilità. Si arriva a:

-Saturazione Cognitiva: Chi gestisce tutto finisce per soffrire di stanchezza decisionale.

-Risentimento Silenzioso: Sentirsi l'unico direttore d’orchestra degli strumenti che rendono possibile la  quotidianità porta a percepire il partner come un figlio aggiuntivo o un ospite, spegnendo la complicità erotica e affettiva.

-Barriere al Dialogo: Chi non è coinvolto nella pianificazione spesso non "vede" il bisogno, per una mancanza di abitudine all'osservazione attiva.

Come uscire da questo schema senza puntare il dito? Il segreto è passare dalla colpa alla consapevolezza del "Noi".

Ecco un piccolo esercizio che suggerisco: l'osservazione attiva.

Per una settimana, provate a eliminare la domanda "Cosa serve?". Sostituitela con l'azione diretta basata sull'osservazione dello spazio comune. Se la lavatrice ha finito il ciclo, non aspettare che ti venga chiesto di stendere: è un compito che appartiene alla casa, quindi appartiene a te.

Il Mantra del cambiamento:

Non chiedermi come puoi aiutarmi. Chiedimi: "Cosa posso prendere in carico oggi per alleggerire la Nostra mente?".

Smettere di "aiutare" significa riconoscere l'altro come una persona allo stesso livello.

Una casa equa non è quella dove i compiti sono divisi col bilancino, a volte sottolineati e rinfacciati, nella competizione tra chi fa di più e chi di meno, ma quella dove entrambi i partner sentono di avere il diritto ed il dovere di occuparsi del benessere comune.

Solo quando liberiamo la mente del partner dal peso della conduzione, creiamo lo spazio per un incontro autentico, leggero e realmente condiviso, senza rancore ma colmo di gesti d’amore reciproci…

 
 
 

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