L’esigenza d’accollasse….





In terapia, i ragazzi, mi tengono aggiornata sul gergo giovanile del momento! Quando ho sentito un mio paziente dire: “Si è accollata!”. Mi sono fatta spiegare bene cosa si intendesse mentre nella mia mente visualizzavo una persona che si incollava all’altra!

Il mio paziente, guardandomi come se fossi un esemplare di una era arcaica, mi ha spiegato con pazienza, per poi essere soddisfatto della sua lezione sul gergo giovanile. Ai suoi occhi, il mio entusiasmo ed interesse mi ha fatto decollare ed atterrare in una epoca storica più moderna!

L’accollo è diventato famoso sui Social dove la gestione di un accollo virtuale può essere molto più faticosa da gestire rispetto ad un accollo nella vita reale.

Il fumettista Zerocalcare ha traghettato questo termine oltre i confini del gergo dialettale romano.

Cosa vuol dire “essere un accollo”?

Nulla di buono!

Si parla di una persona che è fastidiosa, pedante, assillante, scocciante, sempre e troppo presente.

Si parla sempre del disagio di chi subisce l’altro, ma cosa spinge ad accollarsi?

Ci si lega ad una persona e va tutto bene se si vive la relazione con lo stesso impeto e la stessa voglia di condivisione e dialogo.

Quando le visuali sono differenti, quando le priorità non coincidono si può arrivare alla esagerazione, nel tentativo di capire la distanza dell’altro, nel bisogno di conferma che va oltre il piacere della relazione. La dinamica è di uno che scappa e l’altro che insegue. Chi si accolla perde totalmente la sua indipendenza e più sarà allontanato od evitato, più soffrirà e sarà confermata l’idea di non amabilità e non desiderabilità!

I ragazzi di oggi, per il timore di accollarsi, rimangono distanti e cauti, si palesano solo dopo che hanno avuto conferma della possibilità di movimento.

Quando l’altro non capisce i segnali di disinteresse che mandiamo, cosa si può fare?

I giovani ci consiglierebbero… “di accannarlo!”