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Figli adolescenti. Sulla loro strada ci siamo già passati?


In terapia i ragazzi mi raccontano di quanto sia difficile parlare con i genitori. Si sentono inquisiti, ricevono domande legate allo studio, ma non al benessere o ai dubbi, perplessità su di se’, il futuro. Rispondono a monosillabi, flaggando la sfilza di quesiti posti.

Parlare con me è facile: non sono la loro madre, li ascolto e faccio domande differenti.

Rispetto ai nostri figli abbiamo la presunzione di sapere tutto: li abbiamo custoditi nel nostro grembo, cullati, coccolati e crediamo che questo sia sufficiente per conoscerli.

Ci convinciamo di sapere tutto di loro e della vita; se sono di cattivo umore sarà l’età, gli adulti siamo noi, quelli che devono affrontare i veri problemi della vita!

Beati luoghi comuni!

Su quale strada siamo passati noi?

Abbiamo passato la loro stessa età ma, non necessariamente, abbiamo percorso gli stessi sentieri. Siamo orgogliosi di dire che abbiamo tanti anni di esperienza e competenza in più, ma poi non sappiamo cosa si muova e cosa scuota la loro vita.

Smettiamo di avere certezze che invece sono nebulose, accogliamo il dubbio!

Ritorniamo ad osservarli come facevamo quando erano neonati e cercavamo di capire se avevano fame o avevamo altre necessità.

Non basta avere la fortuna di avere il ruolo, per essere in grado di svolgerlo! Una tale convinzione amplia le crepe generazionali creando voragini ancora più profonde.

Oggi abitiamo spazi incerti, non più tridimensionali, tangibili e definiti. Ci lamentiamo di quante ore giochino davanti alle consolle o che ci parlino con il telefonino in mano, che noi stessi abbiamo comperato!

Viviamo nella stessa casa ma vicinanza non vuol dire conoscenza!

Impariamo ad osservare il loro mondo senza affermare che il nostro sia migliore!

Seguiamoli con lo sguardo senza invadere il loro spazio e le loro modalità di azione.

Una chimera?

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